Impianto
Per la scelta delle barbatelle è importante ricorrere all’utilizzo di
materiale vivaistico certificato, avente cartellino azzurro, al fine di avere
migliori garanzie, sia genetiche (selezione clonale) che sanitarie; logicamente
è più costoso del materiale standard (cartellino arancione) il quale non è
stato sottoposto alla selezione clonale, quindi è meno affidabile del materiale
certificato.
La scelta del vitigno è sicuramente l’aspetto più importante tra quelli
considerati al momento dell’impianto. Di norma le linee guida, in questo tipo
di decisione, sono legate quasi esclusivamente alla tradizione, oggi
formalizzata dagli elenchi delle cultivar raccomandate ed autorizzate, alle
esigenze di mercato ed all’obiettivo enologico che ci si è prefissati. Un’altra
caratteristica da considerare sono i disciplinari delle denominazioni presenti
sul territorio i quali regolamentano le varietà, le percentuali, il numero di
ceppi per ettaro che devono essere presenti nei vigneti per produrre uve atte a
diventare vini a denominazione di origine. Si deve tenere conto del colore
dell’acino, della tipicità aromatica delle diverse cultivar e della maggiore o
minore precocità di maturazione. Per quel che riguarda la maturazione, la
scelta dipende da una serie di fattori legati al clima dell’area, ma anche alle
quote ed alle esposizioni in cui si opera; generalmente si consiglia di evitare
i vitigni troppo precoci (Chardonnay, Moscati, Pinots, Riesling, Dolcetto) nei
climi caldi e, viceversa, quelli tardivi (Sangiovese, Montepulciano, Nebbiolo,
Cabernet Franc e Sauvignon, Verdicchio) nelle zone troppo fredde.
Per effettuare la scelta di sesti d’impianto idonei bisogna tenere conto
soprattutto delle forme di allevamento (illustrate nel paragrafo successivo),
di solito, nel caso di sistemi a controspalliera, il sesto d’impianto
prevalentemente adottato è 3 X 1,5 m con oltre 2200 piante ad ettaro; nello
spazio compreso tra le file (interfila) sono necessari almeno 2,5 m al fine di
consentire il transito dei mezzi meccanici che svolgono le operazioni colturali.
Bisogna inoltre effettuare un campionamento del terreno per svolgerne
l’analisi, la quale fornisce indicazioni utili per la formulazione della
concimazione d’impianto, il tipo di lavorazione da eseguire, sul materiale da
utilizzare e sulla eventualità di apportare ammendanti al suolo.
Una volta effettuate tutte queste scelte bisogna svolgere le operazioni
precedenti la messa a dimora quali:
-livellamento ed eventuale spietramento del terreno;
-lavorazione a doppio strato tramite ripuntatore che incide il terreno, non
ribaltando zolle, fino ad 120 cm di profondità, seguita da una normale aratura
di 30-50 cm in modo da non portare in superficie materiale inerte, cosa che si
può verificare nell’esecuzione dello scasso (aratura profonda fino a 120 cm),
oggi ancora molto diffuso;
-fertilizzazione d’impianto con letame in dosi di 500-600 q/ha e concimazione
con fosforo e potassio con almeno 150-200 kg/ha ( anidride fosforica e ossido
di potassio) di entrambi;
-nel caso di terreni soggetti a ristagno idrico, formazione di una rete
scolante mediante fossi;
-affinamento del terreno;
-tracciamento dei sesti e picchettatura.
La messa a dimora delle barbatelle generalmente viene eseguita in novembre in
modo tale che possano beneficiare delle piogge autunnali e da consentire lo
sviluppo delle radici che saranno pronte in primavera per il germogliamento;
nel caso di una piantumazione effettuata a marzo sarà necessario intervenire
con irrigazioni di soccorso estive, mentre per impianti dopo tale periodo (fino
al mese di giugno), si ricorre a materiale frigoconservato.
Al momento della messa a dimora della barbatella si accorciano le radici a 10
cm e si lasciano 2-3 gemme (del vitigno scelto), in tale occasione si può
ricorrere all’inzaffardatura (immersione in una miscela di terra, sterco ed
acqua, o anche sola acqua, questa operazione è indispensabile nel caso di
impianti ritardati) al fine di reidratare il materiale vegetale.
Le barbatelle possono essere messe a dimora secondo diverse modalità quali:
scavo di una buca 20 X 20 cm profonda 30 cm, a forchetta e con macchine
trapiantatrici.
L’impianto a forchetta consiste nella bucatura del terreno con una specie di
forchetta per poi inserire la barbatella con la radice lunga 3-4 cm.
La piantumazione con macchine trapiantatrici riduce sensibilmente l’impiego di
manodopera; questi mezzi operano secondo un allineamento rettilineo dato da un
raggio laser emesso da un trasmettitore in testa al campo e da un ricevitore
posto sulla macchina, che dapprima esegue l’apertura del solco nel quale viene
posizionata la barbatella, effettuando in seguito la chiusura del solco ed il
compattamento del terreno ai lati; è fondamentale che il terreno sia allo stato
di tempera e ben affinato.
Il punto d’innesto deve risultare sopra il livello del terreno altrimenti può
emettere radici (affrancamento); in passato veniva coperto con un cumuletto di
terra per evitare danni da freddo, da vento e da sole, oggi questa tecnica non
si attua più in quanto il punto d’innesto è rivestito con la paraffina.
Inoltre si può eseguire la pacciamatura ricoprendo la fila interessata con del
film plastico nero: questo favorisce un maggior sviluppo delle viti durante i
primi anni dall’impianto; anche gli shelter (involucri di plastica) permettono
un elevato sviluppo al 1° anno d’impianto esplicando una protezione contro
organi meccanici, diserbanti, roditori e sviluppo infestanti.
Lo stesso anno dell’impianto, o l’anno successivo ad esso, viene costruita una
robusta impalcatura per sostenere la parte aerea delle viti, per prima cosa si
interrano per 50-90 cm i pali, (posti ogni 5-6 m l’uno dall’altro) che in
genere hanno una lunghezza di 2,8-3 m e possono essere di legno, di metallo e
di cemento armato (quelli in cemento precompresso sono i più usati grazie alla
loro flessibilità e resistenza alle sollecitazioni). Successivamente si tende
il primo filo e i tutori di ferro in prossimità delle piantine, fissati ad
esso.
I fili di acciaio zincato (diametro da 1,5 a 2,7 mm) vengono generalmente
posizionati su 3-4 piani, due per ogni piano (doppio filo di contenimento)
successivo al primo al fine di contenere la vegetazione, la loro altezza varia
con la forma di allevamento; essi stanno assumendo molta importanza in quanto
riducono il numero dei tutori. I fili devono essere sempre in tensione, la
quale si regola mediante tendifilo fissi o mobili; in testa ai filari ci sono
ancore composte di piastre in cemento o di viti elicoidali in ferro che hanno
il compito di dare stabilità all’impalcatura.
La vita economica di un vigneto dura 30 anni, il reimpianto sullo stesso
appezzamento è una pratica sconsigliata in quanto possono manifestarsi fenomeni
di stanchezza del terreno provocati da parassiti fungini (Armillaria) che
causano marciumi radicali, infestazione di nematodi (Xiphinema e Meloidogine) e
da sostanze tossiche emesse dalle radici stesse. La cosa migliore sarebbe
aspettare qualche anno destinando il suolo a colture erbacee, altrimenti, nel
caso di un reimpianto immediato, impiegare portainnesti resistenti al ristoppio
(Salt creek). Se il precedente vigneto aveva sesti piuttosto ampi, il nuovo può
essere impiantato a filari sfalsati per fare in modo che le giovani piantine
siano posizionate nell’interfila del vecchio vigneto.
Tenere l’interfilare inerbito è importante perchè, oltre a favorire la
riduzione dell’erosione (soprattutto relativamente alle sistemazioni a
ritocchino), arricchisce il terreno di sostanza organica derivante sia dal
rapido e naturale rinnovarsi delle radici delle erbe, sia dal materiale
lasciato sul posto dalle operazioni meccaniche di trinciatura, permette lo
svolgimento di eventuali pratiche colturali dopo una pioggia, cosa non
possibile su un terreno argilloso lavorato.